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venerdì 14 ottobre 2011

Test di democrazia per la Tunisia

(da www.affarinternazionali.it)

Verso le elezioni


Valentina Palumbo
14/10/2011

La Tunisia si prepara ad eleggere i membri dell’Assemblea Costituente in quella che dovrebbe essere la prima elezione democratica della sua storia. Dopo lo spostamento delle elezioni dal 24 luglio al 23 ottobre 2011, ulteriori rinvii dovrebbero essere esclusi. Anche la missione di osservazione elettorale dell’Ue, del resto, ha avviato i suoi lavori già il 23 settembre. Per la prima volta voteranno anche i cittadini tunisini all’estero presso le proprie rappresentanze. L’Assemblea costituente avrà il compito di redigere la nuova Costituzione e di definire la struttura politico-istituzionale della Tunisia post-autoritaria.

Nuova realtà
La definizione del sistema elettorale, del calendario, della ripartizione delle circoscrizioni elettorali è iniziata lo scorso aprile, dopo la creazione dell’Istanza superiore indipendente per le elezioni (Isie). Composto da una commissione centrale con sede a Tunisi e da commissioni a livello di circoscrizioni elettorali, il nuovo organismo sta svolgendo un ruolo fondamentale anche in termini di informazione della cittadinanza sulle modalità di registrazione e voto.

Prima della caduta del presidente Zine El Abidine Ben Ali, il potere era concentrato in un unico partito, il Rassemblement constitutionnel démocratique (Rcd). Sebbene già prima della rivoluzione del 14 gennaio esistessero partiti d’opposizione riconosciuti dal regime, le loro attività erano fortemente controllate. Il rosso del partito di Ben Ali e il viola della Presidenza dominavano le vie delle città e dei paesi nordafricani, dimostrando che, in realtà, di partito ce n’era uno soltanto. Le elezioni e la connessa propaganda elettorale erano una messinscena che, a partire dal 1989 si ripeteva ogni cinque anni.

Frammentazione
Alla caduta del regime è seguito un processo di legalizzazione di molte formazioni politiche fino a quel momento clandestine o in esilio, come ad esempio il Partito islamista En’Nahda, e il Parti communiste des ouvriers de Tunisie (PcoT). I partiti che invece risultavano già legalizzati durante il regime, rischiano di pagare oggi in termini elettorali le connivenze del passato. Ma la Tunisia ha anche conosciuto partiti che, pur registrati, hanno saputo dissociarsi dal potere centrale, al prezzo di una progressiva marginalizzazione ed esclusione dai media e dai finanziamenti pubblici. Ne sono un esempio il Parti démocrate progressiste (Pdp) fondato dall’avvocato Néjib Chebbi, e il Forum démocratique pour le travail et les libertés (Fdtl).

Gran parte dei centoundici partiti oggi autorizzati a svolgere attività politica non esisteva prima del marzo 2011. Trovano rappresentanza nell’Alta Istanza per la realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, istituzione rivoluzionaria non elettiva di carattere assembleare destinata a scomparire dopo la redazione della nuova Costituzione.

Numerosi partiti hanno nomi e programmi molto simili. Sebbene il sistema proporzionale e il metodo del “resto più forte”, (che mira a depotenziare i partiti vincenti, in termini di seggi, premiando invece quelli meno forti), siano stati voluti dall’Alta Istanza per arginare il potenziale successo del partito islamista En’Nahda, sono solo una decina i partiti che, di fatto, hanno la possibilità di ottenere una rappresentanza di qualche rilievo all’interno dell’Assemblea Costituente.

Spettro islamista
En’Nahda (la Rinascita), è nato nel 1981 ed è stato uno dei partiti più perseguitati dal regime. Influenzato dai Fratelli Musulmani, il partito ritiene Islam e democrazia inscindibili; si considera anche emulatore del Pdk, il partito islamo-conservatore turco. Il suo leader, Rached Ghannouchi, è vissuto in esilio in Inghilterra per molti anni, e il suo rientro in Tunisia è stato accompagnato, nel gennaio 2011, da un forte entusiasmo. L’assenza nel panorama tunisino di leader unanimemente riconosciuti e di istituzioni consolidate, rendono l’approccio di En’Nahda, caratterizzata da riferimenti religiosi e da un messaggio paternalistico, particolarmente efficace soprattutto nelle regioni più povere del paese.

Altro grande favorito dai sondaggi è il Parti démocrate progressiste, che sembra godere di sostegni importanti anche in Francia, dove i tunisini iscritti alle liste elettorali sono circa 600 mila. Il Congrès pour la république (Cpr) di Moncef Marzouki (ex presidente della Lega dei diritti dell’Uomo), nato nel 2001, ma legalizzato solo dopo il 14 gennaio, gode di discreti sostegni, come anche Al Watan, partito di centrosinistra fondato da Ahmed Friaa (ministro degli Interni per breve tempo nel gennaio 2011) e Mohamed Jegham.

Pur essendo un partito storico e molto presente nel panorama rivoluzionario, non sembra avere invece molta presa elettorale il Parti Communiste des ouvriers de Tunisie (Pcot). Qualche aspettativa stanno suscitando invece Afek Tounes, creato da giovani quadri del mondo dell’impresa e con una linea politica liberale, e il Parti du travail Tunisien (Ptt) di impronta prevalentemente sindacalista.

Grande incertezza
Una delle questioni più controverse riguarda invece il finanziamento dei partiti. Il Parti démocrate progressiste e En’Nahda dispongono delle maggiori risorse finanziarie e sono contrari a porre un tetto ai finanziamenti pubblici e privati. A giugno i due partiti hanno abbandonato, in segno di protesta, l’organismo preposto alla definizione del regolamento finanziario della campagna elettorale.

La legalizzazione di En’Nahda ha rievocato lo spettro di una deriva islamista del paese, trasformando la campagna elettorale in un confronto più ideologico che politico. Le dichiarazioni dei membri del partito e la storica collaborazione con altre formazioni dell’opposizione non lasciano tuttavia presagire una sua svolta radicale. Partiti islamisti di stampo più radicale, come il partito salafita Attahrir, del resto, non si sono registrati alle elezioni.

Nonostante quelle del 23 ottobre siano considerate le prime elezioni democratiche della storia tunisina, il paese ha già conosciuto altri momenti di apertura democratica (nel 1981 e nel 1987) cui è sempre seguito un ripiegamento autoritario.

Una sollevazione popolare come quella dello scorso gennaio, tuttavia, è assolutamente inedita nella storia recente tunisina, il che può sembrare di buon auspicio per lo sviluppo della democrazia. Le transizioni non sono mai processi semplici o veloci, e nei paesi islamici la dimensione religiosa non può essere semplicemente ignorata, ma va comunque incanalata in modo efficace nell’alveo delle istituzioni democratiche. Anche se queste, nella Tunisia di oggi, sono ancora tutte da inventare.

Valentina Palumbo svolge la sua attività presso l'Ong Cvm (Comunità Volontari per il Mondo).