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sabato 15 gennaio 2011

Da idolo del ceto medio a tiranno così Ben Ali ha costruito un incubo

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Ma per gli occidentali era un alleato laico nel mondo musulmano. Lui e la famiglia della seconda moglie Leila controllavano i media e tutte le attività economiche del paese

di BERNARDO VALLI ZINE EL ABIDINE BEN ALI aveva appena cominciato il suo quinto mandato presidenziale. A 74 anni era stato rieletto trionfalmente nell'ottobre 2009 e nessuno dubitava, fino a qualche settimana fa, che nel 2014 si sarebbe riproposto come capo dello Stato, poiché era convinto di essere insostituibile.

per quasi un quarto di secolo i fatti gli avevano dato ragione. Poi, improvvisa, è esplosa la rivolta popolare. La pacifica, mite Tunisia, terra di turismo e con una lunga tradizione commerciale, non presidiata dai militari come la vicina Algeria, né grintosa come il Marocco, si è stufata di quel presidente autoritario e affarista. E l'ha cacciato a furor di popolo. Può darsi che i successori, racimolati di gran fretta dall'esercito per evitare un pericoloso vuoto di potere, siano in realtà dei pretoriani, pronti a difendere nei limiti del possibile gli interessi dell'esule. Ma resta il fatto che il Maghreb ha perduto un dittatore e che gli occidentali (Stati Uniti, Francia, Italia) hanno un alleato "laico" in meno nel mondo musulmano.

La notizia della precipitosa fuga di Ben Ali da Tunisi non è stata certo accolta con indifferenza nei palazzi presidenziali del Maghreb. È arrivata come un annuncio di possibili future sventure. E a Washington, a Parigi, a Roma, nonostante le caute dichiarazioni o i silenzi imbarazzati, si sta in queste ore rimpiangendo un alleato che non brillava per il suo fervore democratico, ma che era considerato un nemico sicuro dell'integralismo islamico. Quindi un amico. La gioia dei tunisini è altrove fonte di preoccupazione. Per noi, al di là del Mediterraneo si è manifestata in queste ore una volontà popolare che, nell'impossibilità di praticare la democrazia, ha condotto a una liberazione, sia pure ancora da identificare.

Quando ventitre anni fa, il 7 novembre 1987, prese il potere «senza violenza ed effusione di sangue», Ben Ali fu salutato con simpatia persino dagli islamisti, che pur lo conoscevano come un poliziotto esperto nella repressione. Era allora primo ministro e ministro degli Interni, dopo essere stato capo della polizia ma anche diplomatico. Tra l'altro ambasciatore in Polonia. Nato in una famiglia modesta, della città costiera di Hammam Sousse, aveva salito tutti i gradini della gerarchia militare, frequentando anche accademie militari in Francia e negli Stati Uniti. Parlava un pessimo francese con un accento arabo-americano. Habib Bourguiba, il padre della patria, era ormai afflitto da una progressiva senilità e Ben Ali, ritenendosi il suo delfino, lo relegò in una residenza sorvegliata, senza troppi complimenti. Si parlò di un «colpo di Stato medico».

Il nuovo presidente fu salutato come un salvatore della patria che versava in pessime condizioni economiche e che si diceva fosse insidiata da un partito integralista islamico (Ennahdha) impegnato in innumerevoli e imprecisati complotti. Lui, Ben Ali, rilanciò l'economia gettando le basi di un liberismo nuovo per il paese e schiacciò il partito integralista. Ebbe anche impennate democratiche, poiché abolì il principio della "presidenza a vita" del tempo di Bourghiba e limitò a tre il numero dei mandati, che poi aumentarono via via che prendeva gusto ad esercitare il potere. Promosse persino una politica sociale detta di solidarietà, istituendo fondi speciali destinati ai più poveri, o alla creazione di un sistema di sicurezza sociale. Sull'esempio del predecessore, che aveva fatto della donna tunisina una delle più libere del mondo arabo, si dedicò per un certo periodo anche all'emancipazione femminile.

Mentre diventava l'idolo delle classi medie, favorite dal rapido sviluppo economico (la crescita è stata per anni superiore al 5 per cento); Ben Ali sviluppava al tempo stesso, e con identico zelo, la sua inclinazione alla repressione poliziesca. Non soltanto nei confronti degli islamisti, ma anche di qualsiasi oppositore, subito definito di sinistra. Cosi ha creato un'atmosfera da incubo. Le intercettazioni telefoniche estese a tutte le classi sociali rendevano le conversazioni enigmatiche, fitte di sottintesi. Negli anni Novanta le prigioni tunisine si sono riempite di persone che avevano osato criticare il regime. I giornalisti e i sindacalisti erano le vittime preferite.

Grazie a uomini di fiducia, spesso parenti di Leila, la seconda moglie, il presidente si è impadronito dei principali mezzi di comunicazione: quotidiani, radio, televisione. Mentre la famiglia Trabelsi, quella della moglie, e i clan alleati, allungavano le mani su tutte le altre attività economiche del paese: le banche, le compagnie aree, le rappresentanze di automobili di lusso, spesso tedesche, le compagnie di navigazione, i cellulari e tutti gli strumenti elettronici. Senza contare le residenze più pregiate, sulla costa, verso Gabez o verso Biserta.

Uno dei pilastri del regime era Abdelwahab Abdallah, capo di un organismo incaricato di controllare i massmedia, nazionali e internazionali. Compito di Abdallah era di far apparire Ben Ali come uno scudo contro l'islamismo radicale. A questo fine venivano inventate crisi più o meno gravi, presentate come minacce alla laicità. Lo slogan, che non lasciava indifferenti le cancellerie occidentali, era: «Gli estremisti amici di Bin Laden vogliono il potere».

E gli alleati occidentali abboccavano all'amo, al punto da trascurare il carattere sempre più poliziesco del regime, e l'abbandono progressivo di quella politica sociale che Ben Ali aveva abbozzato all'inizio del suo lungo potere. Che importava se le galere erano piene, dal momento che chi le riempiva era un fiero avversario dell'estremismo islamico? Nel 2007 l'economia tunisina era classificata la migliore dell'Africa, e al tempo stesso i difensori dei diritti umani giudicavano il regime tunisino uno dei più liberticidi. La crisi ha attenuato i vantaggi economici, mettendo ancor più in risalto la repressione. E la Tunisia è esplosa.

(15 gennaio 2011) © Riproduzione riservata