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venerdì 14 ottobre 2011

Test di democrazia per la Tunisia

(da www.affarinternazionali.it)

Verso le elezioni


Valentina Palumbo
14/10/2011

La Tunisia si prepara ad eleggere i membri dell’Assemblea Costituente in quella che dovrebbe essere la prima elezione democratica della sua storia. Dopo lo spostamento delle elezioni dal 24 luglio al 23 ottobre 2011, ulteriori rinvii dovrebbero essere esclusi. Anche la missione di osservazione elettorale dell’Ue, del resto, ha avviato i suoi lavori già il 23 settembre. Per la prima volta voteranno anche i cittadini tunisini all’estero presso le proprie rappresentanze. L’Assemblea costituente avrà il compito di redigere la nuova Costituzione e di definire la struttura politico-istituzionale della Tunisia post-autoritaria.

Nuova realtà
La definizione del sistema elettorale, del calendario, della ripartizione delle circoscrizioni elettorali è iniziata lo scorso aprile, dopo la creazione dell’Istanza superiore indipendente per le elezioni (Isie). Composto da una commissione centrale con sede a Tunisi e da commissioni a livello di circoscrizioni elettorali, il nuovo organismo sta svolgendo un ruolo fondamentale anche in termini di informazione della cittadinanza sulle modalità di registrazione e voto.

Prima della caduta del presidente Zine El Abidine Ben Ali, il potere era concentrato in un unico partito, il Rassemblement constitutionnel démocratique (Rcd). Sebbene già prima della rivoluzione del 14 gennaio esistessero partiti d’opposizione riconosciuti dal regime, le loro attività erano fortemente controllate. Il rosso del partito di Ben Ali e il viola della Presidenza dominavano le vie delle città e dei paesi nordafricani, dimostrando che, in realtà, di partito ce n’era uno soltanto. Le elezioni e la connessa propaganda elettorale erano una messinscena che, a partire dal 1989 si ripeteva ogni cinque anni.

Frammentazione
Alla caduta del regime è seguito un processo di legalizzazione di molte formazioni politiche fino a quel momento clandestine o in esilio, come ad esempio il Partito islamista En’Nahda, e il Parti communiste des ouvriers de Tunisie (PcoT). I partiti che invece risultavano già legalizzati durante il regime, rischiano di pagare oggi in termini elettorali le connivenze del passato. Ma la Tunisia ha anche conosciuto partiti che, pur registrati, hanno saputo dissociarsi dal potere centrale, al prezzo di una progressiva marginalizzazione ed esclusione dai media e dai finanziamenti pubblici. Ne sono un esempio il Parti démocrate progressiste (Pdp) fondato dall’avvocato Néjib Chebbi, e il Forum démocratique pour le travail et les libertés (Fdtl).

Gran parte dei centoundici partiti oggi autorizzati a svolgere attività politica non esisteva prima del marzo 2011. Trovano rappresentanza nell’Alta Istanza per la realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, istituzione rivoluzionaria non elettiva di carattere assembleare destinata a scomparire dopo la redazione della nuova Costituzione.

Numerosi partiti hanno nomi e programmi molto simili. Sebbene il sistema proporzionale e il metodo del “resto più forte”, (che mira a depotenziare i partiti vincenti, in termini di seggi, premiando invece quelli meno forti), siano stati voluti dall’Alta Istanza per arginare il potenziale successo del partito islamista En’Nahda, sono solo una decina i partiti che, di fatto, hanno la possibilità di ottenere una rappresentanza di qualche rilievo all’interno dell’Assemblea Costituente.

Spettro islamista
En’Nahda (la Rinascita), è nato nel 1981 ed è stato uno dei partiti più perseguitati dal regime. Influenzato dai Fratelli Musulmani, il partito ritiene Islam e democrazia inscindibili; si considera anche emulatore del Pdk, il partito islamo-conservatore turco. Il suo leader, Rached Ghannouchi, è vissuto in esilio in Inghilterra per molti anni, e il suo rientro in Tunisia è stato accompagnato, nel gennaio 2011, da un forte entusiasmo. L’assenza nel panorama tunisino di leader unanimemente riconosciuti e di istituzioni consolidate, rendono l’approccio di En’Nahda, caratterizzata da riferimenti religiosi e da un messaggio paternalistico, particolarmente efficace soprattutto nelle regioni più povere del paese.

Altro grande favorito dai sondaggi è il Parti démocrate progressiste, che sembra godere di sostegni importanti anche in Francia, dove i tunisini iscritti alle liste elettorali sono circa 600 mila. Il Congrès pour la république (Cpr) di Moncef Marzouki (ex presidente della Lega dei diritti dell’Uomo), nato nel 2001, ma legalizzato solo dopo il 14 gennaio, gode di discreti sostegni, come anche Al Watan, partito di centrosinistra fondato da Ahmed Friaa (ministro degli Interni per breve tempo nel gennaio 2011) e Mohamed Jegham.

Pur essendo un partito storico e molto presente nel panorama rivoluzionario, non sembra avere invece molta presa elettorale il Parti Communiste des ouvriers de Tunisie (Pcot). Qualche aspettativa stanno suscitando invece Afek Tounes, creato da giovani quadri del mondo dell’impresa e con una linea politica liberale, e il Parti du travail Tunisien (Ptt) di impronta prevalentemente sindacalista.

Grande incertezza
Una delle questioni più controverse riguarda invece il finanziamento dei partiti. Il Parti démocrate progressiste e En’Nahda dispongono delle maggiori risorse finanziarie e sono contrari a porre un tetto ai finanziamenti pubblici e privati. A giugno i due partiti hanno abbandonato, in segno di protesta, l’organismo preposto alla definizione del regolamento finanziario della campagna elettorale.

La legalizzazione di En’Nahda ha rievocato lo spettro di una deriva islamista del paese, trasformando la campagna elettorale in un confronto più ideologico che politico. Le dichiarazioni dei membri del partito e la storica collaborazione con altre formazioni dell’opposizione non lasciano tuttavia presagire una sua svolta radicale. Partiti islamisti di stampo più radicale, come il partito salafita Attahrir, del resto, non si sono registrati alle elezioni.

Nonostante quelle del 23 ottobre siano considerate le prime elezioni democratiche della storia tunisina, il paese ha già conosciuto altri momenti di apertura democratica (nel 1981 e nel 1987) cui è sempre seguito un ripiegamento autoritario.

Una sollevazione popolare come quella dello scorso gennaio, tuttavia, è assolutamente inedita nella storia recente tunisina, il che può sembrare di buon auspicio per lo sviluppo della democrazia. Le transizioni non sono mai processi semplici o veloci, e nei paesi islamici la dimensione religiosa non può essere semplicemente ignorata, ma va comunque incanalata in modo efficace nell’alveo delle istituzioni democratiche. Anche se queste, nella Tunisia di oggi, sono ancora tutte da inventare.

Valentina Palumbo svolge la sua attività presso l'Ong Cvm (Comunità Volontari per il Mondo).

lunedì 22 agosto 2011

Ghana, al via dibattito sul finanziamento da tre miliardi di dollari dalla Cina

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


La cifra è stanziata per la costruzione di infrastrutture nel settore petrolifero e in quello del gas

Il parlamento del Ghana oggi ha iniziato il dibattito sul prestito di tre miliardi di dollari che la Banca cinese per lo sviluppo ha messo a disposizione per finanziare, nello Stato africano, progetti infrastrutturali nel settore degli idrocarburi.

Il finanziamento rientra in un accordo siglato nel settembre 2010 dal Ghana e dalla banca cinese per un totale di 13 miliardi di dollari.

Il governo di Accra ha dichiarato che i fondi cinesi verranno usati per favorire l'industrializzazione del Paese. In parte, saranno usati per finanziare un gasdotto verso ovest, un oleodotto verso est e la modernizzazione di alcune linee ferroviarie.

mercoledì 27 luglio 2011

Algeria, arrestato corrispondente de Le Figaro

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


L'uomo fermato mentre terminava le pratiche per la fondazione di un nuovo giornale

Arezki Aït Larbi, corrispondente in Algeria del quotidiano francese Le Figaro e direttore delle edizioni Koukou è stato arrestato dalla polizia algerina a Cheragam a circa una ventina di chilometri dalla capitale. L'accusa per lui è quella di diffamazione e il reato sarebbe stato compiuto cira quattro anni fa, fatto che rende nebuloso l'impianto accusatorio.

Il giornalista, uno dei più noti nel Paese, è stato fermato proprio mentre all'interno di un commissariato stava ultimando le pratiche per la fondazione di un nuovo giornale.

L'uomo era già stato arrestato nel 2007 nell'ambito della stessa inchiesta.

lunedì 18 luglio 2011

Nigeria, stato di panico

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


Borno, estreno nordest, migliaia di civili in fuga, operazioni antiterrorismo condotte casa per casa e una setta islamica, Boko Haram, che adesso fa davvero paura

Chi può fugge, chi non può si barrica in casa e prega, mentre tutto va a fuoco. Maiduguri, capitale del Borno, nell'estremo nordest della Nigeria, si è quasi svuotata. E' una città in guerra. Migliaia di civili in fuga, l'esercito che dispone posti di blocco che sembrano più numerosi dei semafori, attentati che si succedono a distanza non più di giorni ma di ore. Qui è cominciata la sfida della setta radicale islamica di Boko Haram contro le istituzioni nigeriane e qui ha lasciato le sue ferite più profonde. L'università (35 mila studenti) ha chiuso lunedì, dopo che si erano diffuse voci circa un imminente attentato contro la sede. Si sono visti invece gli uomini del Joint Military Task Force (Jmtf), una combat force precedentemente impiegata nella lotta contro il Mend nell'area del Delta del Niger. Ironia della sorte, l'operazione del Jmtf si chiama Restore Order ma ha prodotto solo il caos. I soldati hanno scatenato una caccia all'uomo su larga scala, casa per casa, in cerca di elementi della setta e dei loro fiancheggiatori. I civili scappano anche da loro. Non si contano più le testimonianze di uccisioni sommarie, saccheggi e taglieggi. Domenica 10, in un'operazione nei dintorni di Maiduguri, a Kalari, sobborgo di London Ciki, sarebbero stati uccisi 30 civili. "Dopo l'esplosione di una bomba, di notte, i militari sono arrivati a bordo di camion, sono entrati in tutte le case, hanno ucciso i nostri mariti, hanno fatto uscire le donne e i bambini e poi hanno dato fuoco alle nostre abitazioni", ha raccontato Zara'u Musa, una testimone, al quotidiano Daily Trust.

A Kalari, le donne parlano ancora di Adhamu Abdullahi, un insegnante della scuola locale, rimasto ucciso durante l'operazione del Jmtf. "Non era un terrorista", dicono in coro. Ma i militari non vanno per il sottile. Sono decine le vittime "accidentali". La contabilità ufficiale, che si riferisce allo scorso week end, parla di 41 morti: 11 membri di Boko Haram e 30 civili. Altre quattro persone sono morte martedì, dopo esser state colpite da proiettili negli scontri a fuoco tra esercito e miliziani. La situazione è tale che il governatore dell'Anambra, Peter Obi, da giorni minaccia di chiedere il rientro della popolazione del suo stato che si trova nelle aree di crisi e altrettanto ha fatto il suo omologo dell'Abia. Ma ormai è perfino difficile tracciare i confini delle zone problematiche, perché Boko Haram, da quando ha scatenato la nuova offensiva, pochi mesi fa, ha praticamente colpito in tutto il nord: nel Borno ma anche nel Bauchi, nel Kaduna, nel Katsina, nel Kebbi e anche nel Niger. Ad Abuja, dove i miliziani hanno già fatto decine di vittime, è stata imposta la chiusura anticipata di parchi e locali come cinema, birrerie e pub. Ma l'angoscia è arrivata anche a Lagos, nell'estremo sudovest del Paese, dalla parte opposta rispetto a Maiduguri. Si è mossa anche l'Arewa Consultative Forum, un'associazione politico-culturale che riunisce importanti personalità politiche del nord del Paese (Arewa vuol dire settentrionale nella lingua Hausa, ndr), che ha chiesto al presidente Goodluck Jonathan di aprire dei canali per una trattativa, consapevoli che Boko Haram avrà anche un'agenda religiosa e punterà anche nominalmente all'irrigidimento della sharia già in vigore i 12 stati, ma è andata crescendo grazie ai consensi che le sono arrivati da fasce della popolazione del nord musulmano, che dalla fine del governo dei generali sperimentano una forte marginalità politica ed economica. Dopotutto, questo è il discorso di molti opinionisti, l'insurrezione armata del Mend, organizzazione attiva nel sud a prevalenza cristiana, nell'area del delta del Niger, fu affrontata da un presidente del nord, Omaru Yar'Adua, che nel 2009 offrì un'amnistia generale ai miliziani. Adesso potrebbe accadere lo stesso, che un presidente del sud riesca a interloquire con una milizia del nord. Ma occorre che Jonathan si sbrighi e soprattutto riporti all'ordine i suoi generali.

Perché la soluzione muscolare non sembra pagare. Gli apparati di sicurezza nigeriani non sono all'altezza del compito: scarsa intelligence, scarsa preparazione e scarsi mezzi. Boko Haram, anche al netto dei legami che sta intessendo con parte della galassia qaedista attiva in Africa, resta una minaccia da affrontare con la massima cautela, perché ha un enorme potenziale di destabilizzazione per un Paese così grande e con un mosaico etno-religoso tanto complesso. La setta, che in una situazione di caos prolifera, ha lanciato un ultimatum attraverso il suo portavoce Abu Zaid: vuole che i soldati del Jmtf si ritirino dal Borno. Solo dopo ci si potrà sedere e negoziare. Lo chiedono anche gli anziani e i saggi delle comunità dello stato. Ma il negoziato comporterebbe un riconoscimento politico del gruppo. E poi, secondo problema, trattare su cosa? Ma Abuja ha una possibilità per far calare la tensione senza calarsi le braghe: il 19 luglioentrerà nel vivo il processo agli agenti accusati dell'omicido extragiudiziale di Mohammed Yusuf, fondatore di Boko Haram. Dalla sentenza arriveranno molte risposte ma nel frattempo la tensione è destinata a salire, soprattutto la dichiarazione con cui il gruppo ha smentito di aver mai cercato di attaccare l'università di Maiduguri: "Che problemi potremmo avere con gli studenti? Il nostro obiettivo è Aso Rock", cioè la sede della presidenza nigeriana.

Alberto Tundo

giovedì 7 luglio 2011

Mauritania, ucciso un esponente di Aqim

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Non ancora accertata l'identità dell'uomo. L'esercito mauritano e quello maliano in stato d'allerta per timore di rappresaglie da parte di al-Qaeda

In un'operazione militare condotta lo scorso 24 giugno, l'esercito della Mauritania avrebbe ucciso un esponente di rilievo della rete terroristica del Sahel, appartenente al gruppo di Abdelmalek Droukdel. L'attacco, che aveva come obiettivo al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim), è avvenuto in Mali e ha provocato un alto numero di morti, sia terroristi che militari. Non è stata ancora resa definitiva l'identità dell'uomo, che secondo la stampa algerina potrebbe essere Abdelhamid Abou o il mauritano Khaled El-Chinguetti.

É di oggi inoltre la notizia che l'esercito mauritano e quello maliano si trovano in stato d'allerta lungo il confine, temendo un attacco da parte di al-Qaeda nel Maghreb islamico. In entrambi i Paesi, l'intelligence locale si aspetta la vendetta dei terroristi, dopo che questi hanno perso una ventina di uomini nell'attacco condotto alla base militare mauritana di Bassiknou. Lo riferisce l'inviato della tv araba al-Jazeera.

lunedì 20 giugno 2011

Marocco, in migliaia in piazza a Casablanca per una monarchia parlamentare

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Le riforme fatte dal re sono considerate insufficienti dal Movimento del 20 febbraio

Migliaia di persone sono scese in piazza ieri a Casablanca, la più grande città del Marocco, per protestare contro le riforme costituzionali presentate venerdì da re Mohammed VI, definendole insufficienti. Il raduno è stato organizzato dal 'Movimento del 20 febbraio', un gruppo che chiede una autentica monarchia parlamentare. "Questo progetto di riforma non basta, non ci permetterà mai di mettere la parola fine al sistema attuale, così il Marocco resterà una monarchia assoluta", ha spiegato Ahmed Mediany, uno dei dirigenti locali del movimento. Le proposte avanzate da Mohammed prevedono tra l'altro di conferire più autorità al primo ministro, ma il sovrano conserverà il controllo delle forze di sicurezza e dell'esercito, oltre che delle istituzioni religiose del paese. Il suo progetto sarà sottoposto al giudizio degli elettori in un referendum popolare indetto per il 1 luglio prossimo. Centinaia di sostenitori del sovrano hanno organizzato una contro-manifestazione a favore delle riforme. Per evitare incidenti, il 'Movimento del 20 febbraio' ha deciso di spostarsi in un'altra zona della città. Secondo le stime di alcuni giornalisti occidentali, circa 10 mila persone hanno preso parte alla protesta dell'opposizione, mentre gli organizzatori hanno parlato di almeno 20 mila dimostranti. I sostenitori della riforma erano poche centinaia. Una fonte governativa che ha chiesto di restare anonima ha fornito stime opposte: la marcia dell'opposizione, ha detto, non ha contato più di 2.500 partecipanti mentre i sostenitori della riforma erano almeno 70 mila.

venerdì 17 giugno 2011

Marocco, re Muhammad VI proclamerà monarchia costituzionale

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


L'annuncio tv previsto per questa sera. Lingua berbera riconosciuta come ufficiale

Secondo indiscrezioni riferite dalla tv satellitare al-Arabiya, re Muhammad VI annuncerà questa sera in televisione la nascita "di una monarchia parlamentare, costituzionale e sociale che comprende anche il riconoscimento della minoranza berbera e della sua lingua come lingua ufficiale del paese".

Nel discorso, il monarca dovrebbe affrontare anche il tema delle radici dell'identità marocchina, di cui fanno parte "le componenti dell'Andalusia araba, dell'Africa e quella ebraica marocchina".

Questa sera il consigliere del re, Mohammed Mutasim, leggerà in diretta televisiva tutto il testo della nuova Costituzione, subito dopo la fine del discorso del monarca. Nel nuovo testo è prevista "una forte collaborazione tra le istituzioni del regno e in particolare tra la casa reale e il parlamento e le altre istituzioni".

È inoltre prevista tra sabato e domenica un'assemblea dei rappresentati di tutti i partiti politici marocchini, di maggioranza e opposizione, che studieranno capitolo per capitolo la nuova Costituzione.

giovedì 2 giugno 2011

ECOWAS, UN MLD PER INFRASTRUTTURE E DEMOCRAZIA

Articolo tratto dall "Agi" (http://www.agi.it)

(AGIAFRO) - Abuja, 1 giu. - L'Ecowas, l'organizzazione che riunisce 15 nazioni dell'Africa occidentale con sede nella capitale nigeriana Abuja, ha stanziato oltre un miliardo di dollari per finanziare la costruzione di 107 progetti infrastrutturali in 14 Stati membri. Poco meno di 700 milioni saranno investiti nei trasporti e nell'energia, mentre i restanti 350 andranno a programmi per ridurre la poverta', aumentare la sicurezza e facilitare gli scambi commerciali alle frontiere. Lo stanziamento si affianca alle numerose iniziative varate ultimamente dall'Ecowas per innalzare le condizioni di vita nelle 15 nazioni che la compongono, con un occhio particolare a istruzione, salute, energia, fabbisogno alimentare, nuove tecnologie, diritti civili, sicurezza e moralita' nelle istituzioni pubbliche. (AGIAFRO)

lunedì 18 aprile 2011

Nigeria, Buhari rifiuta i risultati delle presidenziali. Scontri e morti nel nord del Paese

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


L'ex dittatore nigeriano sconfitto dal cristiano Jonathan:"Risultati manipolati". Per la Croce Rossa numerosi morti nelle violenze post-elezioni

Il generale Muhammadu Buhari ha contestato i risultati delle elezioni presidenziali svoltesi sabato in Nigeria, che hanno visto affermarsi il capo di stato uscente Goodluck Jonathan. L'ex generale nigeriano, per due anni a capo di una giunta militare, ha fatto sapere, tramite il suo portavoce, Yinda Odumakin, di "non poter accettare le cifre rese note fin quando la commissione elettorale non avrà effettuato controlli incrociati". L'accusa di Buhari è di brogli e irregolarità, in particolare negli stati settentrionali di Kano e Katsina.

Le elezioni nigeriane hanno tra l'altro messo in evidenza la forte spaccatura tra il nord a maggioranza musulmana fedele al generale Buhari e il Sud cristiano che ha preferito Jonathan. Proprio tale contrapposizione, politica e civile, sembra essere alla base delle violenze scoppiate dopo la pubblicazione dei risultati elettorali negli stati di Kano, Kaduna, Katsina, Adamawa, Niger e Jigawa, dove, secondo quanto dichiarato da un responsabile della Croce Rossa "molte persone sono state uccise e chiese, moschee, abitazioni sono state date alle fiamme", aggiungendo che "tutti i volontari sono pronti ad intervenire non appena la situazione si calmerà".

Monsignor John Niyiring ha riferito oggi alla Misna, l'agenzia dei missionari, che "un gruppo di giovani ha incendiato la Chiesa cattolica della Santa Croce nel centro di Kano". Niyiring, vescovo della città, roccaforte di un candidato musulmano sconfitto alle elezioni, ha inoltre riferito che pattuglie dell'esercito sono giunte per presidiare la zona teatro degli scontri. Due cattolici sarebbero stati vittime di un pestaggio.

mercoledì 13 aprile 2011

Tunisia, svolta storica: parità uomo-donna nelle liste elettorali

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net); da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".


L'Alta commissione per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione sceglie l'uguaglianza. Continua intanto la persecuzione contro i fedeli di Ben Alì

La rivoluzione tunisina sorprende ancora. Nella notte tra lunedì e martedì, l'Alta commissione per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, creata per accompagnare il Paese verso l'elezione dell'Assemblea costituente, prevista per il 24 luglio prossimo, ha preso una decisione senza precedenti nella storia della Tunisia indipendente e del mondo islamico più in generale: le liste elettorali verranno stese seguendo il principio di parità tra uomini e donne.

La decisione della Commissione è stata presa all'unanimità, unendo in uno slancio democratico partiti fra loro anche molto diversi: dagli islamisti di al-Nahda (Rinascimento) sino al Partito Comunista degli operai tunisini. Curiosamente, soltanto una donna si è mostrata contraria, l'economista Zuhur Kurda, della nuova formazione Congresso per la repubblica, per la quale in tal modo si pregiudicano i partiti con poche donne, costretti a riempire le proprie liste con "nomi decorativi".

"E' una decisione storica senza precedenti e spero che serva da esempio", ha dichiarato orgoglioso il magistrato Mokhtar Yahyaoui, già inviso al regime di Ben Alì, ora membro della Commissione, che ha comunque precisato:"Le donne entreranno numerose nell'Assemblea Costituente ma non raggiungeranno la metà, perché la maggioranza dei capolista nelle circoscrizioni continuerà ad essere costituita da uomini".

Prosegue intanto la caccia ai seguaci di Ben Alì. La decisione finale della Commissione prevede l'espulsione dalla vita politica di tutti coloro che hanno ricoperto cariche di responsabilità nei 23 anni di regime tunisino. Mohamed Ghariani, ultimo segretario del Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), il vecchio partito al potere ormai sciolto, è stato arrestato lo scorso lunedì.

martedì 5 aprile 2011

Costa d'Avorio, Ue: 'E' emergenza umanitaria'. Generali Gbagbo offrono resa dietro protezione Onu

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

L'allarme dell'Ue sulla delicata situazione interna seguito dalla richiesta di tregua da parte delle forze di Gbagbo

La commissaria europea per l'assistenza umanitaria Kristalina Georgieva ha lanciato oggi un allarme circa il pericoloso stato d'emergenza in cui versa il paese. In un'informativa distribuita ai suoi colleghi la Georgieva sottolinea in particolare la presenza di persone bisognose di assistenza, oggi stimate in un milione, ma che potrebbero 'rapidamente raddoppiare'.

La Georgieva parla di un'emergenza "su larga scala" alla quale la macchina dell'assistenza umanitaria 'non è capace di rispondere in maniera adeguata'. Molte delle agenzie impegnate sul terreno 'non hanno agito in maniera tempestiva per inviare sul posto personale adeguatamente preparato'. Tale situazione è resa più complessa a causa dell'enorme difficoltà di accesso ai territori da parte delle organizzazioni umanitarie, fortemente limitate da minacce e dai combattimenti in atto.

La Georgieva avverte circa gli 'enormi' problemi umanitari, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza dei civili, l'assistenza medica, i rifornimenti di cibo e acqua potabile. Secondo la commissaria, 'l'Unione Europea deve essere pronta ad intervenire destinando all'emergenza nuove risorse'. I servizi umanitari della Commissione si sono già mossi per aprire un ufficio ad Abidjan e hanno espresso la volontà di rafforzare il coordinamento degli interventi di tutti gli operatori presenti in Costa d'Avorio.

Nel frattempo il capo di stato maggiore dell'esercito fedele a Gbagbo, il generale Philippe Mangou, ha chiesto un cessate il fuoco al contingente Onu, mentre altri due generali, Dogbo Blé e Konan Boniface appartenenti alle Forze d'Assalto della Marina (FUMACO), stanno trattando una resa con le truppe di Oattara, vincitore delle ultime elezioni presidenziali.

Il gruppo dei fedeli stretti attorno all'ex-presidente chiedono la fine delle ostilità e l'abbandono da parte di Gbagbo del posto di comando a condizione che egli riceva la totale protezione da parte dell'Onu. Il portavoce del suo governo, rimasto ormai senza alcuna legittimità internazionale, Ahoua Don Mello ha infatti confermato che 'sono in corso trattative dirette che si basano sulle raccomandazioni dell'Unione Africana secondo la quale il presidente è Alassane Ouattara'. Sempre secondo quanto affermato da De Mello, 'seguono i negoziati per la sicurezza fisica e giuridica dei sostenitori di Gbagbo e dei suoi parenti'.

Costa d'Avorio, bagno di sangue nell'ovest. Da Abidjan voci di un colpo di stato

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Dalla capitale commerciale, piegata da tre giorni di guerra, arrivano indiscrezioni circa un imminente golpe. Cri: 800 morti a Duékoué

"Non c'é più nessuna certezza, è la catastrofe totale". Questo scrivono quei pochi giornalisti ivoriani che riescono a far filtrare i loro racconti. Ad Abidjan è guerra. Mortai, elicotteri d'attacco che volteggiano nei cieli, la popolazione terrorizzata non esce più di casa mentre sciacalli e disperati assaltano i negozi, dopo aver divelto le saracinesche. Terzo giorno di combattimenti nella capitale commerciale della Costa d'Avorio, cominciati giovedì con l'arrivo delle Forze repubblicane (Rfci), il nuovo esercito creato nemmeno due settimane fa dal legittimo presidente Alassane Ouattara, nel tentativo di rovesciare l'ex capo dello stato, il golpista Laurent Gbagbo.

In queste ore si stanno diffondendo voci di un colpo di stato attuato dall'esercito. Buona parte delle forze armate era fin qui rimasto fedele a Gbagbo ma dall'inizio della crisi, degenerata ora in un confronto armato e nella guerra civile, soldati e ufficiali hanno continuato a defezionare. Adesso, davanti al collasso di Abidjan, potrebbero mettere agli arresti Laurent Gbagbo e Charles Ble Goudè, l'anima nera del regime, il ministro della Gioventù, fondatore della violenta milizia dei Giovani Patrioti. La notizia clamorosa è che potrebbe autoproclamarsi presidente il generale Dogbo Ble Brunot. Questo dicono le indiscrezioni che arrivano dalla capitale.

Situazione catastrofica anche nel resto del Paese. La Croce Rossa internazionale (Cri), dopo una visita della città di Duékoué, nell'ovest, ha parlato di violenze scioccanti. Duékoué, centro di grande importanza strategica, perché all'incrocio dei principali assi viari nord-sud ed est-ovest, martedì è stato teatro di una battaglia violentissima tra l'Rfci e le forze pro-Gbagbo.

Qui, nella sola giornata di martedì, sarebbero morte centinaia di persone, circa 800, dice Cri. Mercoledì i soldati di Ouattara che, prima dell'inizio della massiccia offensiva, controllavano il nord e alcuni distretti settentrionali della capitale commerciale Abidjan, hanno conquistato la cittadina.

I soldati dell'Rfci, negli ultimi giorni hanno guadagnato terreno, espugnando la capitale politica, Yamoussoukro, arrivando a San Pedro, a sud, centro portuale di grande rilevanza e spingendosi fino ad Abidjan. Qui, da venerdì infuriano gli scontri tra le Forze di Difesa e Sicurezza, schierate con Gbagbo, l'Rfci e i "Commando invisibili", miliziani fedeli a un ex comandante delle Forces Nouvelles, la guerriglia che dall'inizio della crisi - lo scorso novembre - aveva preso le parti, e messo sotto tutela, il presidente Ouattara.

Ieri si sono registrati lunghi scontri a fuoco nei dintorni del palazzo presidenziale. Anche oggi, in ogni distretto dell'enorme città, si sentono spari. La popolazione è chiusa in casa, riferisce la Bbc. Negozi, scuole e uffici sono tutti chiusi, non c'è nessuno per strada. Secondo alcuni testimoni, luogotenenti di Gbagbo starebbero distribuendo armi a bande di ragazzi.

venerdì 25 febbraio 2011

Tunisia, elezioni entro la metà di luglio

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Non si ha notizia se saranno elezioni presidenziali o legislative

Entro la metà di luglio si terranno le elezioni in Tunisia. La notizia è stata da poco diffusa dall'agenzia Tap che ha citato il governo provvisorio tunisino.
Il governo provvisorio non ha specificato se le elezioni che si terranno saranno legislative o presidenziali.

mercoledì 23 febbraio 2011

Senegal, il paese non permetterà la separazione della Casamance: interrotti i rapporti con Teheran

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

La repubblica islamica è stata accusata di fornire armi ai ribelli separatisti che desiderano l'indipendenza dal 1982

Lo scorso lunedì il governo senegalese ha negato ogni possibilità di organizzare un referendum per l'autodeterminazione e l'indipendenza della regione del Casamance, nel sudt del Paese. La richiesta era stata inoltrata all'Unione africana da un leader del movimento delle forze democratiche della Casamance (Mfdc), il maggior gruppo separatista nazionale. Un portavoce del governo, Moustapha Guirassy, ha fatto sapere attraverso il quotidiano senegalese Le Soleil che la situazione della Casamance non è comparabile a quella sudanese perche "il Senegal, al contrario del Sudan, ha un contratto sociale fondato sulla laicità, la democrazia, le libertà di opinione e di culto".

La regione, separata dal resto del paese dal Gambia, è percorsa dal 1982 da moti per l'indipendenza. L'accordo di pace raggiunto nel 2004 non è stato riconosciuto da alcune frange separatiste che proseguono tutt'ora la lotta armata: negli ultimi due mesi nella regione sono stati uccisi almeno 15 soldati.

Il governo senegalese ha tagliato le relazioni con la repubblica islamica iraniana, accusandola attraverso un comunicato televisivo di fornire armi alla resistenza. Durante lo scorso ottobre erano stati sequestrati mortai e razzi ad un presunto membro della guardia rivoluzionaria iraniana in Nigeria che è poi stato processato. Teheran non si è ancora pronunciata sull'accaduto.

Breve commento: personalmente sono contrario alla separazione di uno Stato (e futuro "catepo") piccolo come il Senegal, che, con i suoi 196 mila kmq, rientra grosso modo nell'intorno medio dei catepi (200.000-800.000 kmq).

sabato 15 gennaio 2011

Da idolo del ceto medio a tiranno così Ben Ali ha costruito un incubo

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Ma per gli occidentali era un alleato laico nel mondo musulmano. Lui e la famiglia della seconda moglie Leila controllavano i media e tutte le attività economiche del paese

di BERNARDO VALLI ZINE EL ABIDINE BEN ALI aveva appena cominciato il suo quinto mandato presidenziale. A 74 anni era stato rieletto trionfalmente nell'ottobre 2009 e nessuno dubitava, fino a qualche settimana fa, che nel 2014 si sarebbe riproposto come capo dello Stato, poiché era convinto di essere insostituibile.

per quasi un quarto di secolo i fatti gli avevano dato ragione. Poi, improvvisa, è esplosa la rivolta popolare. La pacifica, mite Tunisia, terra di turismo e con una lunga tradizione commerciale, non presidiata dai militari come la vicina Algeria, né grintosa come il Marocco, si è stufata di quel presidente autoritario e affarista. E l'ha cacciato a furor di popolo. Può darsi che i successori, racimolati di gran fretta dall'esercito per evitare un pericoloso vuoto di potere, siano in realtà dei pretoriani, pronti a difendere nei limiti del possibile gli interessi dell'esule. Ma resta il fatto che il Maghreb ha perduto un dittatore e che gli occidentali (Stati Uniti, Francia, Italia) hanno un alleato "laico" in meno nel mondo musulmano.

La notizia della precipitosa fuga di Ben Ali da Tunisi non è stata certo accolta con indifferenza nei palazzi presidenziali del Maghreb. È arrivata come un annuncio di possibili future sventure. E a Washington, a Parigi, a Roma, nonostante le caute dichiarazioni o i silenzi imbarazzati, si sta in queste ore rimpiangendo un alleato che non brillava per il suo fervore democratico, ma che era considerato un nemico sicuro dell'integralismo islamico. Quindi un amico. La gioia dei tunisini è altrove fonte di preoccupazione. Per noi, al di là del Mediterraneo si è manifestata in queste ore una volontà popolare che, nell'impossibilità di praticare la democrazia, ha condotto a una liberazione, sia pure ancora da identificare.

Quando ventitre anni fa, il 7 novembre 1987, prese il potere «senza violenza ed effusione di sangue», Ben Ali fu salutato con simpatia persino dagli islamisti, che pur lo conoscevano come un poliziotto esperto nella repressione. Era allora primo ministro e ministro degli Interni, dopo essere stato capo della polizia ma anche diplomatico. Tra l'altro ambasciatore in Polonia. Nato in una famiglia modesta, della città costiera di Hammam Sousse, aveva salito tutti i gradini della gerarchia militare, frequentando anche accademie militari in Francia e negli Stati Uniti. Parlava un pessimo francese con un accento arabo-americano. Habib Bourguiba, il padre della patria, era ormai afflitto da una progressiva senilità e Ben Ali, ritenendosi il suo delfino, lo relegò in una residenza sorvegliata, senza troppi complimenti. Si parlò di un «colpo di Stato medico».

Il nuovo presidente fu salutato come un salvatore della patria che versava in pessime condizioni economiche e che si diceva fosse insidiata da un partito integralista islamico (Ennahdha) impegnato in innumerevoli e imprecisati complotti. Lui, Ben Ali, rilanciò l'economia gettando le basi di un liberismo nuovo per il paese e schiacciò il partito integralista. Ebbe anche impennate democratiche, poiché abolì il principio della "presidenza a vita" del tempo di Bourghiba e limitò a tre il numero dei mandati, che poi aumentarono via via che prendeva gusto ad esercitare il potere. Promosse persino una politica sociale detta di solidarietà, istituendo fondi speciali destinati ai più poveri, o alla creazione di un sistema di sicurezza sociale. Sull'esempio del predecessore, che aveva fatto della donna tunisina una delle più libere del mondo arabo, si dedicò per un certo periodo anche all'emancipazione femminile.

Mentre diventava l'idolo delle classi medie, favorite dal rapido sviluppo economico (la crescita è stata per anni superiore al 5 per cento); Ben Ali sviluppava al tempo stesso, e con identico zelo, la sua inclinazione alla repressione poliziesca. Non soltanto nei confronti degli islamisti, ma anche di qualsiasi oppositore, subito definito di sinistra. Cosi ha creato un'atmosfera da incubo. Le intercettazioni telefoniche estese a tutte le classi sociali rendevano le conversazioni enigmatiche, fitte di sottintesi. Negli anni Novanta le prigioni tunisine si sono riempite di persone che avevano osato criticare il regime. I giornalisti e i sindacalisti erano le vittime preferite.

Grazie a uomini di fiducia, spesso parenti di Leila, la seconda moglie, il presidente si è impadronito dei principali mezzi di comunicazione: quotidiani, radio, televisione. Mentre la famiglia Trabelsi, quella della moglie, e i clan alleati, allungavano le mani su tutte le altre attività economiche del paese: le banche, le compagnie aree, le rappresentanze di automobili di lusso, spesso tedesche, le compagnie di navigazione, i cellulari e tutti gli strumenti elettronici. Senza contare le residenze più pregiate, sulla costa, verso Gabez o verso Biserta.

Uno dei pilastri del regime era Abdelwahab Abdallah, capo di un organismo incaricato di controllare i massmedia, nazionali e internazionali. Compito di Abdallah era di far apparire Ben Ali come uno scudo contro l'islamismo radicale. A questo fine venivano inventate crisi più o meno gravi, presentate come minacce alla laicità. Lo slogan, che non lasciava indifferenti le cancellerie occidentali, era: «Gli estremisti amici di Bin Laden vogliono il potere».

E gli alleati occidentali abboccavano all'amo, al punto da trascurare il carattere sempre più poliziesco del regime, e l'abbandono progressivo di quella politica sociale che Ben Ali aveva abbozzato all'inizio del suo lungo potere. Che importava se le galere erano piene, dal momento che chi le riempiva era un fiero avversario dell'estremismo islamico? Nel 2007 l'economia tunisina era classificata la migliore dell'Africa, e al tempo stesso i difensori dei diritti umani giudicavano il regime tunisino uno dei più liberticidi. La crisi ha attenuato i vantaggi economici, mettendo ancor più in risalto la repressione. E la Tunisia è esplosa.

(15 gennaio 2011) © Riproduzione riservata